Dio e la Conoscenza

Dio e la conoscenza.

 Fautori e detrattori dell’esistenza di Dio si affannano nel loro intento per formulare prove e contro-prove, dimenticando forse quello che già gli antichi filosofi avevano affermato con l’esclusivo utilizzo della logica.

 

Assisto oggi all’estenuante presa di posizione pro o contro l’esistenza di Dio, a volte con l’utilizzo disinvolto di paradossi, sino ad arrivare a quello del “Tacchino induttivista”, tanto caro a Bertrand Russell.

 

Mi riferisco ad esempio al principio antropico, nelle sue duplici versioni: forte e debole.

 

Altra tecnica spesso utilizzata sin dagli albori della Chiesa Romana è quella di attribuire a Dio fenomeni umanamente inspiegabili in quel dato momento storico.

 

Tra tutti: la difesa del geocentrismo, l’eliocentrismo poi, o in generale l’incapacità di attribuire al naturale percorso evoluzionistico la realizzazione della prima cellula vivente, ecc.

 

La Storia insegna che questi atteggiamenti, a volte hanno avuto successo, altre volte proprio no, come nel caso del nostro Galileo Galilei, o del polacco Mikołaj Kopernik.

Spesso l’esaltazione delle proprie ragioni giunge a rinnegare verità storiche, come ad esempio l’esistenza del biochimico russo Aleksandr Ivanovič Oparin, che nel secolo scorso, utlilizzando scariche elettriche su brodi molecolari, produsse svariati esperimenti finalizzati a dimostrare, secondo la sua teoria dell’evoluzione chimica, che molecole organiche si organizzavano in sistemi “coacervati”, precursori di quelli cellulari e quindi della vita.

Recentemente giovani sperimentatori italiani avrebbero ottenuto lo stesso risultato, arrogandosi a sè il merito della scoperta e ignorando però l’esistenza dell’Oparin e dei suoi studi.

Il classico atteggiamento di chi tifa pro o contro l’origine divina della vita è quello di ignorare gli studi dell’avversario, o di verificarne sperimentalmente la validità.

Basterebbe infatti riproporre gli esperimenti effettuati dall’Oparin per attestarne o meno la loro veridicità, effettuati come furono in epoca stalinista sotto il regime comunista.

Non sarà però la lunghezza della catena delle successioni di causa-effetto, che compone un processo evoluzionistico spazio-temporale a decidere se la presenza della vita sulla Terra sia dovuta alle necessità dettate dal 2° principio della termodinamica, o dal Caso, o da volontà Divina.

Limitarsi a esprimere giudizi affrettati, considerando archi spazio-temporali lunghi o  brevi secondo la rappresentazione mentale che ne fa la mente, sarebbe fallace, in quanto Dio può non essere asservito all’architettura mentale umana e godere di architetture perfette inimmaginabili.

La Genesi indica che l’Uomo fu creato ad immagine e somiglianza con Dio, ma l’Uomo non è un dio e, in quanto creatura, ha un’architettura mentale non sopraffina come quella divina!

Prova ne sia, ad esempio, che certi interventi divini “miracolosi” ci appaiono fuori da ogni logica o previsione, tanto da indurre lo stesso Pauli a cercare un dialogo con lo psicanalista Jung, in merito alla composizione della teoria delle sincronicità, per giustificare la presenza di molti fenomeni che si manifestavano in modo acasuale, come le cosiddette coincidenze spazio-temporali, eventi ce si verificano in apparente assenza di un contesto logico e si mostrano alla conoscenza umana, al di fuori del contesto indicato dal principio di Causalità.

La disputa consisterebbe allora semplicisticamente nello schierarsi su interventi Divini improvvisi, o programmati a lungo termine; ma la sostanza delle cose non cambia, atteso che l’intervento divino agisca al di fuori del tempo e dello spazio!

Il mio punto di vista è allora abbastanza semplice.

 Dimostrare l’esistenza di un Quid presuppone la possibilità di poterlo “conoscere”.

Diversamente si rischia di dimostrare qualcosa che non esiste, proprio appellandosi al principio antropico.

Ma cosa è la Conoscenza? In cosa consiste il procedimento del conoscere?

Queste domande appartengono alla sfera della logica e quindi è leggittimo e nel contempo obbligatorio darne una risposta, specie se il Quid oggetto della conoscenza è proprio Dio!

Atteso che i principi sono proposizioni logiche accettate aprioristicamente e quindi indimostrabili, essi appartengono alla sfera delle certezze antropiche, in quanto l’Universo, per esistere, non ha certo bisogno dei nostri principii o delle nostre astrazioni mentali (semmai è proprio il contrario: è l’uomo, in quanto immerso nell’Universo, ad essere obbligato a seguire le sue leggi..!).

Viceversa, l’uomo spesso crea entità o principi fisici per propria incapacità di conoscenza diretta dell’Universo, incapacità mentale e anche sensoriale.

Vale tra tutti la percezione sensoriale che l’Uomo ha del campo di gravità, non essendo il suo apparato sensoriale in grado di cogliere il campo gravitazionale come effetto di curvature dello spazio-tempo dovute alla presenza di materia.

Financo il concetto di tempo reale è spesso assurto a grandezza fisica, quando invece, e tutti possono verificarlo, non esiste alcuno strumento al mondo in grado di misurare il tempo: di esso se ne fanno comparazioni di cicli, a partire da quelli astronomici, a cui si riferiscono i nostri cicli psicologici o sociali, per finire a quelli delle oscillazioni di atomi di Cesio.

L’orologio quindi non è uno strumento che misura il tempo, ma un comparatore di cicli.

Viceversa, l’ambiente culturale, compreso quello scientifico corrente, non fa un buon servizio quando introduce modelli matematici, concetti, grandezze e leggi, spesso frutto di ragionamenti teorici o teorie antropiche, che poco potrebbero avere a che fare con l’autentica essenza dell’Universo.

 Conviene allora limitare le nostre certezze a quello che i soli strumenti della logica, uniti alla sistematicità dei risultati ottenuti col metodo sperimentale, riescono a fornirci.

E’ allora possibile affermare che l’unico strumento di conoscenza sia derivato da quello che chiamo: “principio di differenziazione”, secondo cui un oggetto è conoscibile se e solo se esso è differenziabile, o meglio se le misure di esso possono essere eseguite in due distinti stati.

Questo principio trova sovrana applicazione nel calcolo differenziale, che governa tutta la matematica da sempre.

Per conoscere una grandezza, occorre infatti effettuare almeno un paio di misure dei suoi attributi e farne il confronto e, nel caso di grandezze fisiche, il confronto è dato dalla differenza tra le due, che in analisi è detta “differenziale”.

 

Grandezze indifferenziabili, nel tempo o nello spazio non sono quindi conoscibili, salvo appellarsi a strumenti di conoscenza ascientifici, quali l’intuizione diretta..

Sorgerebbe poi il discorso discriminatorio tra misure dirette o indirette, ma la sostanza del ragionamento non cambia.

 

Orbene, per tradizione storica e per logica, non è dato all’Uomo il privilegio di conoscere direttamente Dio.

Può valere, come esempio di oggetto non conoscibile, un oggetto che si manifesti sempre con la stessa immagine, da qualsiasi punto di osservazione, sia spaziale che temporale.

Una stella lontana, ad esempio, appare fissa e, ad occhio nudo, alcuna differenziazione di essa  può essere eseguita. Pertanto essa di fatto non è conoscibile.

La differenziabilità può essere realizzata tramite un artificio mentale umano, o creato dall’oggetto stesso che si manifesti diversamente con lo scorrere del tempo e dello spazio. Come esempio si potrebbero citare le Pulsar.

 

L’uomo, da solo non è in grado di differenziare Dio, quindi non lo può conoscere.

I protestanti asseriscono addirittura che l’uomo non può dialogare con Dio, né rivolgersi a Lui tramite la preghiera, perché è solo facoltà di Dio il mostrarsi ad un creatura inferiore.

E’ chiaro poi che “mostrarsi” è un modo per dire “differenziarsi”.

Ma la conoscenza di Dio risulterebbe allora impossibile, se non fosse  Dio stesso a  differenziarsi per noi!

Ma l’auto-differenziazione di Dio è uno strumento di conoscenza che Egli concederebbe all’Uomo?

Se fosse così, questo strumento non sarebbe affidabile, in quanto l’uomo potrebbe confonderlo con un tentativo umano di stabilire la conoscenza, attraverso una differenziazione creata ad hoc.

Affinchè quindi si possa ammettere l’Uomo abbia il potere di conoscere Dio, occorre logicamente dedurre che sia proprio la stessa la natura di Dio ad essere differenziabile e non un semplice atto di benevolenza per mostrarsi all’uomo.

Ecco allora la Trinità apparire come l’apoteosi primordiale di ogni conoscenza, in quanto è proprio l’incarnazione della differenziazione dell’essenza di Dio e non delle sue apparizioni.

 

In termini più semplici, è possibile affermare che se l’essenza del rapporto tra il Creatore e le sue creature intelligenti consiste nella conoscenza reciproca, risulta evidente che Dio deve essere sostanzialmente differenziabile e tale differenziabilità si realizza nella S.S. Trinità.

Il mistero della S.S. Trinità assume allora un significato logico, ovvero è una necessità.

 

Accettata questa idea, è facile poi dedurre perché trattasi di 3 persone e non 2 o 4!

Se fossero solo 2 persone, la differenziazione sarebbe totalmente simmetrica e quindi le due Persone sarebbero assolutamente identiche e mutuamente indifferenziabili, il chè non avrebbe alcun senso.

In altri termini, un Ente siffatto sarebbe dotato di un’unica autodifferenziazione, che non giustificherebbe l’azione creatrice continua, potendosi limitare ad un’autocoscienza oscillante tra due poli.

La differenziazione a 3, consente di effettuare il minimo di distinte misure a 2 a 2, in cui alla parola “misura” si deve dare ovviamente il significato di “tipo di conoscenza non semplicemente simmetrica”. Potremmo persino osare di avanzare la congettura che l’aspetto trinitario rappresenti una base preferenziale di rappresentazione divina e che le 3 Persone ne incarnino gli autovalori, nulla togliendo quindi all’aspetto unitario di Dio.

Un Ente sì fatto giustificherebbe invece l’azione creatrice continua, in quanto la trinità consente due prerogative logiche:

– la creatività continua e la determinazione di una direzione degli eventi.

Risulterebbe pertanto logico che Dio, manifestandosi come trino, indichi all’Uomo la chiave di lettura, ovvero l’essenza del meccanismo della conoscenza: l’operazione di differenziazione in più dimensioni, che in analisi matematica viene effettuata col differenziale totale di un vettore, il cui modulo deve restare invariante rispetto a qualsiasi base di rappresentazione. Questo è in ultima analisi il messaggio fondamentale che il Verbo indica all’Uomo per iniziarlo alla conoscenza divina.

Questa essenza divina trina costituisce il motore dell’intima autocoscienza divina e della emanazione creatrice. La natura trina di Dio assurge poi a valenza di strumento divino di auto-conoscenza, operazione che rende Dio vivo e non macchina perfetta senza intelligenza, entità suprema spesso evocata da alcuni scienziati atei, che asseriscono che nulla debba esistere al di fuori dell’Universo, ponendosi di fatto nel versante degli anticreazionisti.

Risulta pertanto “logicamente necessario” che la natura Divina sia trina in quanto, in ultima analisi, in assenza di essa, l’Ente Divino non potrebbe essere dotato di intelligenza, nè di capacità di conoscere, riducendosi allora la sua funzione e la sua essenza a quello di mero automa universale.

Ecco, queste mie riflessioni possono benissimo essere considerate “matematiche” più che “filosofiche”, o ancora meglio “fisico-matematiche”, invadendo in modo inequivocabile la sfera del calcolo differenziale assoluto, istituito da Gregorio Ricci Curbastro e, a seguire, il calcolo differenziale finale diLuigi Fantappiè, fervente cattolico.

Interessante è poi ricordarsi del grande matematico Francesco Severi che, nel suo libro “Dalla Scienza alla Fede”, seppe illustrare il suo percorso logico matematico che lo condusse laicamente a Dio.

Renato Cappellani.   16 aprile 2015