Gli stralli precompressi del ponte Morandi di Genova

Il 14 agosto 2018 il crollo di una parte del ponte Morandi di Genova, oltre che produrre morte e distruzione, ha prodotto sconcerto nei riguardi delle tecniche di manutenzione, mal concepite e mal eseguite.<BR>

Questa situazione ha naturalmente investito anche le tecniche progettuali impiegate dal Prof. Ing. Riccardo Morandi.<BR>

In quest’articolo ci si dedicherà ad illustrare il fulcro delle innovazioni introdotte dal grande pioniere del C.A.P., quanto meno a far data della conclusione dei lavori , anno 1967, con tecnologie e materiali allora disponibili, rispetto a flussi e carichi viari dell’epoca.

Apri una pagina per navigare sul ponte prima del crollo

Innanzitutto è doveroso riproporre quanto personalmente pubblicato dall’Ing. Morandi riguardo allo schema statico del suo ponte strallato, con un articolo apparso al n.12 del 1967 della rivista “Industria Italiana del Cemento”, che qui viene riprodotto:

anno-1967

 

A seguire, un filmato in cui personalmente ne illustra il funzionamento:

 

 

 

 

La prerogativa strutturale impiegata dall’Ing. Riccardo Morandi, consisteva nell’introduzione della precompressione negli stralli in c.a. atti a rivestire i tiranti d’acciaio in trefoli ad alta resistenza.

In questo modo si è realizzato un meccanismo di limitazione delle oscillazioni assiali nei tiranti prodotte dai carichi mobili, che vengono trasmesse alla sede stradale.

 

 

In pratica trattasi di sistema ammortizzatore elastico e non dissipativo, (non considerando ovviamente le inevitabili dissipazioni energetiche che si producono durante le deformazioni dei materiali), che limita le oscillazioni dilatazioni assiali del tirante: questo dapprima precomprime lo strallo in c.a., che risulta quindi precompresso a ponte scarico.

A ponte carico, lo strallo si decomprime senza andare in trazione e, essendo solidale con tirante, obbliga lo stesso a seguire le dilatazione del cemento armato. Da quanto viene in questi giorni pubblicato, le analisi dei periti condurrebbero a dire che lo strallo in c.a. non si sia frantumato, ma staccato dalla sezione di testa collegata alla pila, mentre sarebbe andato in crisi il tirante d’acciaio, per effetto della corrosione.

Per quanto spiegato, in assenza di deterioramento dei materiali, la rottura del c.a. avrebbe prodotto un brusco allungamento del tirante, ma questo avrebbe resistito comunque al carico massimo di progetto.

Questa congettura spiega quanto dichiarato da una donna testimone oculare del disastro che osservo’ “i tiranti d’acciaio sfiondare sulla sede stradale e successivamente gli stralli in c.a. piegarsi e spezzarsi”. Altri testimoni hanno dichiarato che le oscillazioni della sede stradale al passaggio dei mezzi pesanti era molto vistoso, segno di una sicura decompressione degli stralli.

Nelle pagine che seguono si riporta il calcolo che dovrebbe aver fatto l’ing. Morandi

 

STRALLO